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Velia, conosciuta anche come Elea (greco: ??a?a) è un'antica città della Magna Grecia, nell'Italia meridionale, nella regione Campania. Da un punto di vista amministrativo, l'attuale Velia è una frazione del comune di Ascea (dal 2003 Ascea-Velia [1]) (SA) e conta circa un migliaio di abitanti. La località non va confusa con il borgo di Novi Velia, autonomo comune distante 24 km. Nei pressi di Velia sorgeva una stazione ferroviaria (sulla linea Napoli-Reggio Calabria), chiusa negli anni '70. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia [2], specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente Hyele, nome che poi divenne Ele e infine Elea. I Romani per il nome della città adottarono la forma Velia, attestata a partire da Cicerone. I toponimi locali influenzati dal nome Velia, sono i vicini comuni cilentani di Novi Velia e Casal Velino.
Scavi di Velia Gli scavi, vicini alla ferrovia e non lontani da Ascea Marina, sono visitabili tutti i giorni. Dell'antica città restano l'Area Portuale, Porta Marina, Porta Rosa, le Terme Ellenistiche e le Terme Romane, l'Agorà, l'Acropoli, il Quartiere Meridionale e il Quartiere Arcaico. Elea viene fondata nel 545 a.C. dai Focei, giunti in fuga dalla Ionia per sfuggire alla pressione militare persiana. La città venne edificata sulla sommità e sui fianchi di un promontorio alto 72 m s.l.m.
Geografia della città La città è sita sulla Costiera Cilentana, non lontana da Vallo della Lucania, circa 90 km a sud di Salerno. La pianura a nord della città antica è solcata dal fiume Alento e dal suo affluente di sinistra, il Palistro, in passato dotato di autonomo sbocco in mare. A sud dell'acropoli, a breve distanza da questa, sfocia la Fiumarella di Santa Barbara. Il materiale sedimentato dai tre fiumi ha determinato col tempo l'interramento dello specchio antistante la città, causando la scomparsa delle due isole Enotridi, fornite di approdi, di cui ci parla Strabone. Dell'esistenza delle due isole ci viene conferma da Plinio il Vecchio che ce ne fornisce sia l'ubicazione (contra Veliam) che i nomi (Isacia e Pontia). Gli stessi fenomeni hanno causato l'avanzamento della linea di costa che oggi fa apparire la zona collinare su cui sorge l'acropoli, un tempo un promontorio, come un'altura non più lambita dal vicino mare. Quest'altura, a seguito della perdita della memoria dell'esistenza della colonia focea, ha assunto il toponimo di Castellammare della Bruca.
Scuola Eleatica Tra i motivi che fanno di Velia un patrimonio dell'umanità va sicuramente menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, fra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea, Melisso di Samo e Senofane di Colofone.
Il logos erodoteo sulla fondazione di Elea Sulla fondazione di Elea disponiamo di un affascinante resoconto fornitoci da Erodoto. Focea e i viaggi sui mari Secondo Erodoto i focei erano stati i primi, tra i Greci, a navigare su lunghe distanze, solcando i mari non con arrotondate imbarcazioni mercantili ma su navi a cinquanta remi (le pentecontere), esplorando per primi l'Adriatico, la Tirrenia e l'Iberia e spingendosi fino a Tartesso. Qui si stabilirono intrattenendo relazioni fraterne con il re locale Argantonio. Questi, di fronte alle pressioni di Arpago,[4] tentò di convincerli ad abbandonare la Ionia e ad insediarsi nei paraggi, in qualunque luogo scegliessero, ma, vista l'inutilità dei suoi sforzi, li rifornì di abbondante denaro per rinforzare le mura di Focea e far fronte alle minacce dei Medi. Fu così che le mura di Focea, costituite di grossi blocchi ben connessi, si svilupparono su un perimetro di molti stadi. L'assedio alla città Quando la città fu cinta d'assedio da Arpago, ai Focei fu avanzata la proposta di una resa onorevole In cambio veniva pretesa la simbolica distruzione di un solo bastione e la consacrazione di un edificio a Ciro. I Focei, chiesero un giorno di tempo per decidere, durante il quale il l'assedio doveva esser momentaneamente allentato.Arpago concesse loro la tregua pur non facendo mistero di averne intuito i propositi. Fu così che i Focei misero in mare le loro navi e, caricatele di tutta la popolazione, di tutti i beni che potevano, incluse statue votive ed offerte tratte dai templi, ad eccezione delle statue in bronzo e in pietra e dei dipinti, si allontanarono dalla città abbandonandola al suo destino. Il giorno dopo i Persiani entrarono in una città deserta. Verso il Tirreno Lasciata Focea fecero rotta su Chio. Lì giunti, vollero convincerne gli abitanti a vender loro le isole chiamate Enusse, ma i Chìesi, intimoriti dalla temibile concorrenza commerciale, non vi acconsentirono. A quell'epoca Argantonio era già morto: decisero perciò di dirigersi verso l'isola di Cirno dove, vent'anni prima, assecondando un responso oracolare, avevano eretto la città di Alalia (chiamata in seguito Aleria). Il giuramento Prima di partire fecero però rotta su Focea dove sbarcarono e massacrarono il presidio persiano. Poi, pronunciando maledizioni verso chi abbandonasse il viaggio, gettarono in mare un masso di ferro incandescente giurando che mai sarebbero tornati a Focea se non quando esso fosse ritornato a galla. Ma durante il viaggio più della metà di loro, vittime della nostalgia, ruppe il giuramento e prese la via del ritorno. La battaglia di Alalia Giunti a Cirno vi eressero templi, coabitando per cinque anni con i precedenti coloni. Ma le loro scorrerie piratesche spinsero Etruschi e Cartaginesi ad allearsi e ad armare contro di loro una flotta di 120 navi (60 per parte). I Focei, armate le loro sessanta pentecontere, mossero incontro ai nemici nel mare chiamato Sardonio. Dalla battaglia risultarono vincitori, ma a prezzo di gravi perdite:[5] quaranta delle loro navi rimasero infatti distrutte e le rimanenti venti, con i rostri spezzati, erano inservibili alla guerra. Sbarcarono ad Alalia e, presi a bordo donne e bambini, salparono verso Reggio. Vendetta e catarsi degli Agillei Gli avversari si divisero gli equipaggi delle navi affondate e gli Etruschi di Agilla,[6] ottenutane la maggior parte li condussero fuori delle mura per lapidarli a morte. Ne seguirono eventi prodigiosi: chiunque passasse sul luogo dell'eccidio, uomo pecora o bestia da soma, ne rimaneva storpio e paralitico. Fu così che gli agillei andarono a Delfi desiderosi di conoscere dalla Pizia la via per porre riparo alla maledizione. E la Pizia suggerì loro la catarsi: stabilire, in onore dei morti, l'usanza di compiere sacrifici e di consacrare ai Focei una competizione atletica ed equestre per gli anni a seguire, una tradizione ancor viva ai tempi di Erodoto. Da Reggio a Hyele: tutte le colpe di un oracolo frainteso Quelli che si erano rifugiati a Reggio risalirono la costa e raggiunsero, in terra Enotria, una città allora chiamata Hyele. Lì un posidionate rivelò ai focei come in passato avessero frainteso l'oracolo della Pizia: secondo il responso infatti, avrebbero dovuto attestare con santuari il culto dell'eroe Cirno, piuttosto che insediarsi essi stessi sull'isola di Cirno. Convinti del loro precedente errore dall'argomentazione del posidoniate, si risolsero a prendere possesso della città enotria.
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